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B) Magnetismo e calore (Parte prima).

B) Magnetismo e calore (Parte prima).

Premessa: Origine del cancro. La causa che scompagina il nucleo cellulare è la stessa che fa esplodere una supernova.

   Il secondo degli articoli di questa sezione ripresenta l’attualità della nuova fisica di fronte a problemi che, pur essendo non di ora ma di sempre, sono oggi esacerbati dallo scarto tra la loquacità presuntuosa della “scienza” contemporanea e la sua totale impotenza a risolverli.

   Le nozioni accademiche sulla termodinamica sono paurosamente inadeguate a capire fondamentali fenomeni biologici e di patologia degli stati biologici stessi. (Altra cosa dalla conoscenza è l’ingegneria biogenetica, che è attività meramente artificiale e non teorica, come dice la stessa denominazione). Per il “calore” vale ciò che si è detto per la “forza”: come di questa abbiamo ancora soltanto un’idea “muscolare”, così il calore è quella cosa che scotta e che si misura col termometro. Per fingerne un significato scientifico, lo si etichetta come “energia cinetica” degli atomi e delle molecole, ma quanto al termine di “energia” torniamo alla valutazione che ne dà Eddington, e cioè che non sappiamo cosa sia.

   Stando così le cose, poiché il cancro – secondo la nostra fisica – ha origine da un evento termodinamico, è inutile sperare che si possa giungere, sulle basi ufficiali, a capirlo e a prevenirlo, prima ancora di curarlo.Nelle prime stesure delle nostre pagine WEB abbiamo deliberatamente escluso dalla bibliografia unigravitazionale alcuni articoli fondamentali su tale argomento. Lo abbiamo fatto per scongiurare la prevedibile quanto ipocrita accusa che la nuova fisica volesse accreditarsi speculando su illusorie speranze dei malati e dei loro familiari. Ora però siamo al punto che di tale accusa possiamo tranquillamente non darci più pensiero, perché ai lettori offriamo preliminarmente il quadro generale d’una corretta termodinamica, e solo in relazione ad essa, tratteremo specificamente del cancro, della sua reale origine e della conseguente possibilità di una sua prevenzione e cura, richiamando quanto da noi pubblicato in anni lontani (Tempo nuovo, n.2 / 1971 e n.1 / 1973).

   Qui ci limitiamo a ricordare che due recenti episodi hanno riportato in modo drammatico alla ribalta il fenomeno: il caso di Giovanni Alberto Agnelli, morto di tumore a 33 anni, col suo valore quasi simbolico di una tragedia universale, e la polemica tra l’ufficialità medica e il prof. Luigi Di Bella in merito a una certa cura farmacologica da lui sperimentata. Naturalmente a noi non interessa indagare, in questa sede, se ci sia o no una prova vera dell’efficacia di quella cura. Dobbiamo solo rilevare il terrorismo con cui la corporazione medica, che ignora tutto sulla causa di fondo del cancro ed è capace di curarlo quasi soltanto col bisturi o con terapie notoriamente dannose in altro modo per l’organismo intero, pretende di dettare legge nei confronti di trattamenti terapeutici particolari, operati da medici regolarmente abilitati alla professione, solo perché sfuggono al suo controllo di casta. Quasi non sapessimo che sono occorsi secoli prima che – per fare un esempio – l’agopuntura avesse un qualche riconoscimento dalla medicina occidentale.

   Il discorso che la fisica unigravitazionale fa sul cancro conferisce ad essa il suo pieno significato di conoscenza globale dell’universo e di capacità risolutiva dei problemi umani anche sul piano pratico e operativo. Come apparirà chiaro al completamento di questa sezione, scoprire la ragione eziologica che accomuna la causa fisica dell’insorgenza del cancro a quella che provoca l’esplosione stellare delle novae e delle supernovae vuol dire automaticamente trovare l’antidoto al primo fenomeno: ovviamente, il solo dei due che è alla portata d’un intervento umano. Ciò vorrà anche dire rifiutare alla corporazione dei clinici la barbara pratica della sperimentazione sugli animali, mostrando loro – come stiamo facendo nei riguardi dei fisici teorici – che inseguire metodi empirici senza la guida della mente è un procedere cieco, se non è piuttosto – e il più delle volte – soltanto cinico affarismo. I risultati, non di rado anche manipolati, dei tormenti inflitti agli animali servono solo a riempire di chiacchiere la carta patinata di costosissime riviste, a scopo carrieristico o di stupida vanagloria.

Il saggio su magnetismo e calore fu pubblicato in due parti. La prima pone le basi unigravitazionali – di carattere fisico-cosmologico – alla seconda, più strettamente termodinamica.

27 Dicembre 1997

 

Il seguente articolo è tratto da:

Tempo nuovo, Napoli 1972, nn.5-6: Il campo unigravitazionale

MAGNETISMO E CALORE (Parte prima)

di Renato Palmieri

Le velocità orbitali e forma delle orbite. “Elasticità”. Gli “stati” della materia.

   Un sistema gravitazionale è costituito dall’insieme delle configurazioni orbitali delle parti componenti. Un tale vincolo si estende dai più piccoli corpuscoli – che sono le particelle elementari, i fotoni – a corpi via via più grandi, come particelle subatomiche (elettroni, protoni, neutroni, ecc.), atomi, molecole, e nel macrocosmo asteroidi, satelliti, pianeti, stelle o galassie reciprocamente orbitanti.

   L’orbitazione di due corpi è sempre vicendevole, essendo ognuno nel fuoco d’un’ellisse percorsa dall’altro corpo. Quando la massa (numero dei fotoni costituenti) di uno dei due corpi è molto più grande dell’altra, la velocità con cui il corpo maggiore percorre l’orbita intorno al corpo minore è molto inferiore a quella con la quale il corpo minore orbita intorno al maggiore: pertanto la prima orbitazione, lentissima, viene mascherata dalla spiccata velocità della seconda. Sembrerà allora che sia esclusivamente il corpo più piccolo a girare intorno a quello più grande, e non anche l’inverso (*).

   Consideriamo appunto, per semplificare, una tale orbitazione, che può essere quella di un elettrone rispetto a un protone, come di un pianeta rispetto al Sole. La fisica moderna ha, a questo proposito, ingarbugliato enormemente le cose, allorché, imbattutasi nel duplice aspetto – corpuscolare e ondulatorio – delle particelle subatomiche e non riuscendo a conciliare le due manifestazioni d’una stessa particella, ha irragionevolmente abbandonato il modello planetario dell’atomo. E’ nato così il famigerato “principio di indeterminazione” di Heisenberg, che afferma che è impossibile distinguere anche teoricamente l’elettrone-corpuscolo, per esempio, dall’elettrone-onda e che il primo si trova probabilisticamente dovunque siano i fronti d’onda del secondo. Il che è altrettanto assurdo, quanto dire che allo stadio il fischietto dell’arbitro, oltre che in bocca a questo, sta nelle orecchie dei centomila spettatori della partita. La spiegazione è invece nel fatto che la materia più minuta gravitante nel campo dell’elettrone disegna l’ondulazione gravitazionale di questo, al modo in cui, di ogni astro irraggiante, l’immagine spettroscopica (ondulatoria) è delineata dalla materia irraggiata sotto forma di fotoni lungo le sue linee magnetiche e non può confondersi con l’aspetto intrinseco (corporeo) dell’astro stesso.

   Si conclude quindi che la forma ondulatoria d’un elettrone come d’un corpo celeste è descritta dalla materia satellite, frantumata e dispersa sulle superfici d’onda prodotte dal corpo; ad esempio, l’arcobaleno, le aurore polari, le fasce di Van Allen raffigurano l’aspetto “ondulatorio” della Terra, il cui sferoide interno ne segna quello “corporeo”- Su scala maggiore e a un più avanzato stadio di aggregazione materiale, gli anelli di Saturno o le fasce di asteroidi e i gruppi di comete intorno al Sole disegnano anch’essi delle curve di onde megamagnetiche prodotte dai due astri. Il dualismo apparente di onda e corpuscolo nelle particelle subatomiche nasce dalla molto maggiore intensità d’irraggiamento – proporzionalmente alla massa – dei campi subatomici rispetto a quelli siderali e dalla rapidità delle orbitazioni: la “nuvola” della radiazione è perciò spettroscopicamente assai marcata e la localizzazione istantanea del corpuscolo lungo l’orbita sperimentalmente impossibile. Ma da questo ad affermare l’insussistenza anche teorica di ogni precisa localizzazione e l’identità tra la particella e le sue onde c’è un abisso, che solo l’assurdità “indeterministica” può presumere di colmare.

   Un altro equivoco da chiarire riguarda quella che abbiamo definita “rapidità” delle orbitazioni microcosmiche e che la fisica corrente immagina come “velocità elevatissima”, con cui tali orbitazioni si svolgerebbero. Per quanto ciò possa sembrare paradossale a prima vista, i due concetti non si identificano, Le orbite subatomiche sono rapidissime, nel senso che una particella ne può tracciare miliardi, intorno a un’altra, in un secondo, e tuttavia esse sono percorse a bassa velocità. Se per ipotesi una particella intranucleare gira in un miliardesimo di secondo su un’orbita lunga un miliardesimo di millimetro, essa compie in un secondo un carosello vorticoso di un miliardo di rivoluzioni, ma alla modesta velocità di un solo millimetro al secondo, che è 30 milioni di volte inferiore alla velocità di rivoluzione della Terra (circa 30 km/s).

   La lunghezza dell’orbita e la velocità di orbitazione sono, beninteso, da misurare relativamente al corpuscolo attraente, considerato fermo. Supponiamo che due ciclisti debbano correre nello stesso senso su due piste circolari concentriche: le loro posizioni di partenza siano lungo un raggio. L’orbita del corridore esterno rispetto a quello interno è rappresentata dalla lunghezza della circonferenza esterna. Perché egli compia una tale orbita effettuando un solo giro del circuito, è necessario che il ciclista interno sia fermo: la velocità orbitale sarà data dal rapporto tra la lunghezza della circonferenza e il tempo impiegato a percorrerla. Se invece il ciclista interno è anch’egli in moto, non basteranno evidentemente un solo giro e il tempo rispettivo, affinché quello esterno veda tutti i lati del compagno, e cioè compia un’orbita intera intorno a lui, ma ci vorranno più giri, ossia un tempo maggiore. La velocità orbitale quindi diminuisce (la lunghezza dell’orbita è sempre quella della circonferenza esterna, ma il tempo aumenta), e può essere addirittura zero, se i due ciclisti hanno la stessa velocità angolare: essi in tal caso si rivolgono costantemente lo stesso fianco. Pertanto può accadere che, pur correndo il più velocemente possibile sulle loro piste, i due corridori abbiano una velocità orbitale reciproca pari a zero.

   L’esempio ora dato non corrisponde se non approssimativamente alla realtà delle orbite gravitazionali, che nello spazio sono curve reciproche molto complicate: i due ciclisti dovrebbero in effetti percorrere ciascuno una propria ellisse intorno all’altro, posto in uno dei fuochi. Esso ci è servito tuttavia per distinguere il giro (visto dall’esterno) di un corpo che insegue un altro dalla sua rivoluzione, che è strettamente rispettiva al corpo attraente e deve prescindere anche dai moti di rotazione dei corpi interagenti: in astronomia infatti si parla di “rivoluzione siderea”, e cioè indipendente dal moto di rotazione. Può inoltre dare un’idea delle orbite vicendevoli tra i pianeti d’un sistema come quello solare, del tutto ignorate nella comune rappresentazione planetaria.

   Nell’esempio più su citato, il miliardo di rivoluzioni al secondo della particella intranucleare corrisponderà quindi a più miliardi di giri compiuti in un secondo, proporzionalmente cioè al numero di giri necessario per effettuare un’orbita (o rivoluzione) completa.

   Diversa, ovviamente, dalle velocità orbitali subatomiche è la velocità di traslazione delle particelle, che è spesso elevatissima, fino a toccare la velocità della luce, essendo inerente a fattori gravitazionali più generali. Nel caso dei ciclisti, la loro velocità di traslazione rispetto all’esterno è quella con la quale ciascuno percorre la propria pista. Se dovessero per qualche motivo abbandonarla, essi si proietterebbero verso l’uscita con una velocità molto superiore a quella di reciproca orbitazione.

   Esaminiamo ora la forma geometrica che un’orbita gravitazionale può assumere, in dipendenza della velocità di orbitazione del corpo gravitante A’ relativa al corpo attraente A (supponendo – come già s’è detto – il primo di massa molto inferiore al secondo). Sappiamo che l’orbitazione non è un fenomeno riferibile ai due soli corpi orbitanti: essa è una condizione di equilibrio dinamico fra la vicendevole attrazione e quella dei campi esterni. La collisione fra i due corpi (“caduta” dell’uno sull’altro) è causata dalla prevalenza dell’interazione reciproca su quella esterna, e inversamente la fuga o deviazione (“riflessione” di ciascuno rispetto all’altro), dalla prevalenza dell’interazione esterna su quella reciproca.

   Siano Voc e Vof le velocità rispettivamente minima e massima, entro i cui limiti – per date masse, distanze e direzioni istantanee di A e A’ e determinate intensità dei campi circostanti – il corpo gravitante A’ orbita intorno ad A, considerato fermo. Alla velocità Voc l’orbita di A’ è circolare, caso limite dell’ellisse. Per Vc (“velocità di collisione”) < Voc l’orbita si modifica da circolare in spirale centripeta: A’ cade su A con una traiettoria di collisione, che nel tratto finale e per distanze proporzionalmente brevi assume un andamento in apparenza radiale (caduta “a piombo”), ma in realtà spirale nel suo sviluppo completo. Sappiamo che ciò è dovuto alla più volte illustrata struttura a vortice del campo gravitazionale e si dimostra nelle infinite forme spirali esistenti in natura (galassie, cicloni, conchiglie, disposizione di foglie e semi, traiettorie di meteoriti e di particelle, ecc.).

   Per velocità crescenti e comprese tra Voc e Vof , l’orbita si modifica da circolare ad ellittica, di forma sempre più allungata. L’asse maggiore tocca la massima estensione al limite Vof , che è la più alta delle “velocità orbitali” Vo .  Quindi per Vf (“velocità di fuga”) > Vof la traiettoria da ellittica si trasforma   in parabolica e poi in iperbolica : A’ sfugge ad A entrando a gravitare in un campo esterno, prevalente su A.

   Un’orbita ellittica viene percorsa con velocità variabile da un minimo, nel punto più lontano dal corpo di riferimento (“apo-A“: apogeo, afelio), a un massimo, nel punto più vicino (“peri-A“: perigeo, perielio); un’orbita circolare, invece, con velocità costante.

La differenza Vof — Voc = Vto si dice “tolleranza orbitale” ed è proporzionale alla velocità orbitale minima Voc . Ad esempio:

   Voc = 100 m/s;……………..Vof = 140 m/s;………….….Vto = 40 m/s;

     Voc = 1000 m/s;…………… Vof = 1400 m/s;………….. .Vto = 400 m/s.

   Supponiamo di far subire ad A’ per un tempo brevissimo un’interazione gravitazionale straordinaria, tale da accelerare o decelerare lungo la direzione istantanea la velocità di normale orbitazione di A’ (**). Avverrà allora una modificazione assiale dell’orbita, che diventa più ellittica per un aumento di velocità e meno ellittica per una diminuzione.

   Ora, all’interno della tolleranza orbitale esistono dei limiti entro cui la variazione di velocità, una volta cessata l’interazione straordinaria, tende ad essere eliminata dalle normali interazioni dei campi preesistenti: sicché l’orbita, dopo una serie di oscillazioni, ritorna all’incirca quella di prima. Questa fascia mediana di Vto rappresenta l’ “elasticità” Veo del sistema (A, A’), e naturalmente ha valori diversi (percentualmente a Vto) a seconda delle condizioni interattive precedenti l’evento straordinario. Se la variazione occasionale di velocità supera la fascia di elasticità, l’orbita si modifica permanentemente: rimane cioè “deformata”. Se infine detta variazione oltrepassa lo stesso margine di tolleranza orbitale, l’orbitazione non può sussistere e si ha collisione di A’ con A per Vc < Voc o fuga di A’ verso l’esterno per Vf > Vof : nel primo caso il sistema subisce uno “schiacciamento”, nel secondo la “rottura”. Il margine di Vo compreso tra l’elasticità e lo schiacciamento o la rottura costituisce la “plasticità” Vop .

   Negli esempi numerici di cui sopra, supponendo Veo = 50% di Vto , (rispettivamente 20 e 200 m/s), una variazione di velocità tra 110 e 130 m/s e tra 1100 e 1300 m/s è temporanea: dopo un certo tempo dalla cessazione della causa che l’ha provocata, la velocità ritorna al valore medio e l’orbita alla forma normale. Si ha plasticità nei limiti 100-110, 130-140 e 1000-1100, 1300-1400 m/s.

   Bisogna infine precisare che la fascia di elasticità si riduce con l’aumento della durata dell’interazione occasionale. Se infatti questa si mantiene abbastanza a lungo, introdurrà nel sistema totale delle modificazioni stabili, tali da alterare lo stesso valore Voc , provocando quindi una “deformazione permanente” dell’orbita originaria.

   Se l’interazione straordinaria ha un effetto direzionale, e cioè non si esercita lungo la direzione istantanea di A’, ma su una direzione angolata rispetto a quella, essa allora trasformerà l’orbita di A’ in un’altra più o meno ampia (di maggiore o minore raggio medio), e cambieranno – rispettivamente decrescendo o crescendo – tutti i valori delle Vo : ossia Voc , Vof , Vto , Veo , Vop . Infatti, a misura che il raggio orbitale aumenta, la velocità necessaria a che si verifichi l’orbitazione tra i due corpi è sempre più bassa, a causa del diminuire dell’intensità gravitazionale reciproca: si consideri, per esempio, la velocità alla quale orbitano i diversi pianeti intorno al Sole, in rapporto alla scala delle loro distanze dall’astro centrale.

   Anche la modificazione radiale dell’orbita – come quella assialeè un fatto reversibile (elasticità) o irreversibile (plasticità), una volta cessata l’interazione occasionale. Se il raggio medio della nuova orbita si diversifica dal precedente entro determinati limiti in più o in meno, la fine dell’evento contingente riporta l’orbita alla forma originaria; altrimenti si ha deformazione permanente.

   Il mutare dei valori delle Vo in relazione alla nuova orbita comporta che, per un’orbita radialmente più ampia e quindi a più bassa Voc e Vof , la precedente velocità di orbitazione Vor può risultare troppo elevata rispetto alle nuove Vo e perciò trasformarsi in Vf ; viceversa, per un’orbita più stretta, ossia a più alta Voc e Vof , l’originaria Vor può essere troppo bassa per il nuovo valore di Vo e quindi diventare Vc . Si ha allora la rottura del sistema nel primo caso, e nel secondo lo schiacciamento. In ogni fenomeno di elasticità e di plasticità sono generalmente presenti entrambe le forme – assiale e radiale – di queste proprietà, potendo tuttavia prevalere caso per caso ora l’una, ora l’altra. Tale è dunque la spiegazione gravitazionale di tutti i fenomeni relativi all’elasticità dei corpi, ivi compresa la tipica funzione biologica dell’ “elasticità muscolare”, cui si deve la capacità contrattile dei muscoli.

   Abbiamo detto che l’orbitazione è una condizione di equilibrio dinamico fra l’attrazione reciproca dei corpi orbitanti considerati e quella dei campi esterni sugli stessi corpi. È ovvio che un tale equilibrio non può essere perfetto ed eterno, a causa del continuo mutare delle situazioni gravitazionali nell’intero universo. Dato un “sistema gravitazionale”, o semplicemente corpocostituito, come s’è visto, da un insieme di minori sistemi macro- o microscopici (corpi, corpuscoli, particelle, e infine “atomi assoluti”, cioè fotoni) vicendevolmente orbitanti con una certa stabilità -, dopo un tempo più o meno lungo di osservazione constateremo delle modificazioni rilevanti nel sistema, dovute alle ininterrotte interazioni gravitazionali sia interne sia esterne al corpo. Tali modificazioni, accumulandosi, determineranno infine alterazioni così estese e profonde da rendere il sistema del tutto diverso da quello originario o addirittura da frantumarlo e disperderlo. Tutto ciò deriva appunto dal fatto che la stabilità delle mutue orbitazioni non è assoluta, ma solo temporanea, per le continuamente mutevoli condizioni di equilibrio gravitazionale nella materia cosmica.

   Prendiamo dunque in esame, per un certo sistema gravitazionale, i possibili sviluppi della sua organizzazione materiale.

   Come primo caso, supponiamo che l’equilibrio del sistema sia alterato da una costante prevalenza dell’attrazione esterna su quella interna. Avverrà allora che le orbite si allargheranno gradualmente, prima quelle delle parti periferiche, poi via via quelle delle zone interne. Decresceranno perciò i valori generali delle Vo , sicché le originarie velocità di orbitazione Vor risulteranno superiori a tali valori, diventando velocità di fuga rispetto al sistema. Questo si espanderà sempre più e le sue parti se ne distaccheranno progressivamente migrando verso i campi esterni, fino alla completa dispersione del sistema stesso. In termini magnetici, tale processo comporta la risoluzione dei domini più piccoli in domini progressivamente maggiori e infine la perdita di ogni evidente caratteristica magnetica nel dismagnetismo.

   Il secondo caso è rappresentato dalla prevalenza dell’attrazione interna su quella esterna. Le orbite tendono a restringersi, prima le più interne, poi quelle periferiche. Crescono pertanto i valori delle Vo , rispetto a cui le primitive velocità di orbitazione finiscono col risultare troppo basse e si trasformano in velocità di collisione. Il sistema allora si contrae: aumenta la coesione delle sue parti, che si addensano verso il centro di massa. Magneticamente, si ha una progressiva miniaturizzazione dei domini: la materia procede lungo la “scala magnetica” dal dismagnetismo al paramagnetismo e quindi al diamagnetismo.

  La caduta d’un corpo secondario (pianeta o satellite) dalla propria orbita verso l’ “occhio” d’un vortice gravitazionale dominante provoca la collisione del corpo planetario col “nucleo” del sistema considerato: per es., d’una cometa col Sole, nucleo del sistema solare, o di un satellite artificiale con la Terra, nucleo del sistema Terra Luna, e analogamente d’un elettrone col protone, e così via. “Collisione” è propriamente l’inserirsi del corpo collidente in una zona circostante il centro di massa del corpo colliso, nella quale la densità della materia di quest’ultimo impedisce ogni orbitazione totale intorno ad esso.

   Per chiarire questo concetto, consideriamo un satellite artificiale orbitante intorno alla Terra. Finché l’orbita è sufficientemente fuori degli strati densi dell’atmosfera terrestre, essa ha un regime di relativa stabilità; se invece corre all’interno di un certo limite di densità dell’aria, il moto orbitale viene frenato e progressivamente trasformato in moto di collisione: questa si verifica già nel momento in cui l’attrito atmosferico impedisce al satellite di compiere un’orbita completa intorno alla Terra.

   Il risultato finale della collisione è che le parti del corpo collidente – in questo caso, il satellite – non costituiscono più un insieme orbitante intorno al “nucleo” – la Terra -; ma, disunendosi e intromettendosi nelle strutture del nucleo stesso (aria, oceani, crosta solida), diventano elementi di sistemi gravitazionali molto più ristretti di quello primitivo, nei quali va a disperdersi la massa del corpo originario. Le parti o particelle di quest’ultimo entrano nell’ambito di domini gravitazionali locali, di ordine sia macroscopico (come rocce o masse d’acqua o di aria), sia microscopico (molecole, atomi, corpuscoli subatomici), in cui si miniaturizza – come sopra detto – la situazione di partenza: l’orbitazione dell’intero satellite intorno alla Terra si frammenta, dopo la collisione, in una molteplicità di eventi gravitazionali relativi all’interazione tra le parti più o meno grandi del satellite e quelle parti della Terra con le quali le prime si sono mescolate in seguito all’impatto.

   Nella maggiore o minore stabilità reciproca delle parti costituenti un qualsiasi sistema gravitazionale consiste la condizione detta di “stato” (solido, liquido, gassoso) del sistema. E’ un errore di prospettiva ritenere che ciò riguardi solo la materia di ordine molecolare o atomico (per la quale si aggiunge lo stato plasmatico). Se consideriamo una galassia regolare o un ammasso globulare, si può calcolare che nelle zone centrali ci siano condizioni di equilibrio gravitazionale tali da determinare una relativa fissità delle posizioni stellari reciproche: i movimenti delle parti nei confronti dell’intero sistema coinvolgono solidalmente un numero stragrande di stelle, che sono all’incirca fisse le une rispetto alle altre (ogni accelerazione essendo più o meno bilanciata da un’accelerazione eguale e contraria). In queste zone il sistema stellare può quindi dirsi – fatte le proporzioni: stelle al posto di molecole o atomi – allo stato “solido”. Verso la periferia, invece, questa condizione di stabilità va alterandosi: le interazioni reciproche tra le stelle sono sempre meno equilibrate, a misura che dal centro del sistema si procede verso l’esterno, e quindi le stelle acquistano una vicendevole maggiore autonomia, che le porta a rimescolarsi mutuamente. Il decrescere progressivo dell’equilibrio centrale segna dunque il passaggio del sistema stellare dallo stato “solido” del nucleo a quello “liquido” delle zone mediane e “gassoso” dell’estrema periferia: in questa sono particolarmente numerosi gli effetti di deviazione e fuga gravitazionale tra le singole stelle, pur sussistendo un prevalente legame complessivo che fa gravitare reciprocamente tutte le parti del sistema stellare. “Stati di transizione” sono anche individuabili tra l’uno e l’altro di questi indicati come fondamentali nelle condizioni aggregative dei sistemi materiali.

   Si evidenzia così sempre di più il significato cosmologico della fisica unigravitazionale, che stabilisce l’assoluta unità dell’universo dal microcosmo al macrocosmo. Naturalmente, se la legge di strutturazione gravitazionale è unica, sono diversissime le condizioni che si riscontrano nella materia, a seconda che si consideri di essa l’aggregazione atomico-molecolare ovvero quella macrocosmica e siderea. Un atomo ha una struttura particolarissima e abbastanza regolare, confrontabile solo in modo assai generico con quella di un sistema planetario. Ma ciò non nasce – come ritiene la fisica attuale, che del resto ha un’idea confusissima di quella struttura – da diversità di leggi fisiche, che separerebbero la natura del microcosmo, con le sue cosiddette “cariche elettriche”, “antiparticelle”, “forze nucleari”, ecc., da quella del macrocosmo, dominata dalla gravitazione newtoniana. E’ invece chiaro che la regolarità strutturale dell’atomo dipende dal fatto che esso segna i primi ed intimi stadi aggregativi della materia, nei quali si manifesta necessariamente un ordine di gran lunga maggiore che nelle successive e sempre più ampie stratificazioni macrocosmiche.

   A proposito della gravitazione newtoniana, è da rilevare l’assurda proprietà, che essa attribuisce al centro di massa e che è stata accettata in modo acritico dai moderni, di assommare in sé miracolosamente la forza gravitazionale dell’intera massa: ciò implica che esso sopporti il peso di tutta la massa circostante e sia quindi schiacciato da pressioni inconcepibilmente alte (***). Viene così del tutto trascurato il fatto evidente che, in una sfera materiale, procedendo lungo un diametro dalla superficie verso il centro, se è vero che aumenta la massa soprastante attratta in direzione del centro e quindi aumenta in rapporto a ciò la pressione verso il centro stesso, diminuisce però la massa attraente in corrispondenza della parte di diametro restante e aumenta, con effetto di alleggerimento, la massa attraente verso la superficie, in direzione del punto di partenza. Ma la cosa più strana è che questa elementare considerazione viene tenuta nel giusto conto, quando si descrivono le interazioni nucleari (W. R. Fuchs, La fisica moderna illustrata, figura a pag. 258:

 “Un corpuscolo all’interno del nucleo atomico è completamente legato dalle forze di corpuscoli circostanti. Invece un corpuscolo alla superficie del nucleo è attratto solo verso l’interno”);

 è invece irragionevolmente messa da parte nei confronti dell’interazione gravitazionale: tanto forte è la suggestione mitica della legge di Newton!

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(*) Il significato geometrico-gravitazionale di “intorno a” è chiarito nell’articolo successivo La gravità e le altre “forze”: la reciprocità delle orbitazioni si manifesta nella rotazione della linea apsidale.

(**) Si distingua la velocità di orbitazione Vor , effettiva, dalla velocità orbitale Vo , teorica.

(***) SAPERE, n. 753, pagg. 16-21.

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