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Capitolo 3.10 Le strutture biologiche.

Capitolo 3.10   Le strutture biologiche.

 

   § 1. Dal fotone-corpuscolo, particella unica ed estrema del mondo fisico, derivano, secondo il fondamentale processo di strutturazione gravitazionale da noi più volte ricordato e per quanto ora aggiungeremo, i due principali modelli morfobiologici confluiti evolutivamente nella figura umana:

a) il modello pentaradiale;

b) il modello a simmetria bilaterale e speculare.

L’ “uomo” di Leonardo, che i lettori ritrovano nel successivo cap.3.11, mostra chiaramente la sua doppia configurazione: stellare – a braccia e gambe aperte – e bilaterale – parte destra e sinistra del corpo -.

   § 2. Il momento della fusione dei due modelli e la causa di essa appaiono evidenti dall’osservazione paleontologica nel trapasso dagli echinodermi detti “regolari” a quelli “irregolari”.

Partiamo dallo studio fisico-geometrico degli Echinodermi regolari, i più antichi, nelle due classi principali: gli Asteroidei (fig.1) e gli Echinoidei (fig.2), costruendone lo schema col sottoprogramma STRUTTURE RAGGIATE di OLOPOIEMA. Precisiamo che si tratta, appunto, di uno schema, disegnato secondo le leggi unigravitazionali dell’equazione cosmologica e ripetibile dai nostri lettori con l’uso del programma fornito loro: uno schema che ha innumerevoli possibilità di scambi combinativi, in rapporto alle svariate strutture presentate dalla natura.

Fig.1 ASTEROIDEI

Fig.2 ECHINOIDEI

 

I bracci della stella costituiscono i settori radiali o ambulacrali; gli spazi intermedi sono i settori interradiali o interambulacrali. Leggiamo da EST Mondadori (“Echinodermi”):

“Se i settori radiali si prolungano oltre gli interradiali, il corpo dell’animale assume una forma a stella (Asteroidi e Ofiuroidi) (…). Se i settori radiali e interradiali rimangono in contatto e non si formano braccia, il corpo ha una forma globosa (Echinoidi) o cilindrica (Oloturoidi).”

Osserviamo in generale che il duplice schema di figg.1 e 2 disegnato dall’equazione cosmologica, sul quale torneremo per i dettagli strutturali, presenta cinque coppie di propagazioni antiparallele con traslazione radiale, il cui intreccio forma lungo i raggi i canali radiali e i pedicelli ambulacrali (Asteroidei, fig.1) e nelle zone interradiali le gonadi (Echinoidei, fig.2, nei quali i cinque bracci non mancano ma sono interni). Al centro, l’apparato masticatore detto Lanterna di Aristotele, con cinque mascelle fornite ciascuna di un dente. L’area centrale è inscritta in un perimetro circolare determinato da una propagazione concentrica complessiva, che nasce dalla composizione ondulatoria delle cinque coppie radiali di propagazioni equintense.

   § 3. Il tempo che ci rimane da vivere è inevitabilmente troppo ridotto per illustrare in modo completo la straordinaria teleonomia della particella elementare, ovvero il finalismo della sua struttura e del suo funzionamento, che sono all’origine delle infinite strutture, forme e fenomeni dell’intero universo. Noi speriamo almeno di porre i fondamenti di una ricerca che altri dovranno condurre a lungo in futuro.

In sintesi, cominciamo col dire che il corpuscolo fotonico ha una doppia facoltà: quella di “ingrandire” appariscentemente il proprio modello fino a un certo grado di stabilità nell’organizzazione gravitazionale della materia e di modificarlo, nasconderlo o farlo del tutto scomparire nella morfologia delle strutture più libere cineticamente, per il motivo che diremo tra poco. Prima facciamo un esempio naturalistico, riferito appunto al problema che stiamo trattando.

Tornando, dunque, agli echinodermi, si riscontra che gli organismi a tendenza sedentaria, cioè con poca motilità ambientale, manifestano una struttura spiccatamente pentaraggiata, inscritta in uno schema circolare, e sono gli echinodermi “regolari”: i più antichi, di norma, paleontologicamente.

   § 4. Il passaggio evolutivo agli echinodermi “irregolari” si ha quando le condizioni ambientali costringono gli organismi a moltiplicare gli spostamenti.

Nell’articolo succitato dell’Enciclopedia Italiana leggiamo:

“Simmetria bilaterale si dice quella per cui le parti del corpo sono disposte simmetricamente rispetto a un piano mediano verticale che passa per l’asse del corpo; così che le due metà del corpo rappresentano l’immagine speculare l’una dell’altra. Su questo tipo di simmetria sono costruiti la massima parte degli animali, molti Protozoi e quasi tutti i Metazoi a eccezione della massima parte degli Cnidari, che soli sono tipicamente raggiati. I due tipi di simmetria, raggiata e bilaterale, si possono sovrapporre dando luogo alla cosiddetta simmetria “biradiata” in cui esistono uno o due piani tali da dividere il corpo in due metà simmetriche, mentre poi gli organi sono disposti con simmetria raggiata, così negli Antozoi, negli Ctenofori, negli Echinodermi. La simmetria è, come ben s’intende, elemento principale della forma del corpo; essa può interpretarsi come risultato di determinate condizioni meccaniche, ma, anche nei casi più semplici (Protozoi), dove questa interpretazione è possibile e soddisfacente, essa non ci fornisce nessuna indicazione intorno all’origine di una data simmetria.”

Già da questa lettura è evidente la differenza fondamentale tra la biologia tradizionale e la nostra. La prima, mentre riconosce l’essenziale importanza delle due simmetrie nella natura vivente, si limita a descriverle, ammettendo la propria ignoranza circa le cause effettive che ne sono all’origine. Noi, invece, ancora prima di passare ai particolari del problema, ne abbiamo già offerto la soluzione con tutto il discorso fatto finora (vedi i riferimenti in testa alla pagina), motivando le due simmetrie con la forma e la funzione della propagazione unigravitazionale, a partire dalla particella elementare.

   § 5. Leggiamo ancora dallo stesso articolo:

“La simmetria raggiata (…) è comune a molti animali sedentari e si può credere utile per facilitare l’equilibrio del corpo in parte o totalmente sospeso nell’acqua (Idroidi, Meduse), e per uniformare i contatti col liquido circostante. La simmetria bilaterale sembra potersi ritenere come conseguenza di un adattamento a vivere sul fondo e a progredire strisciando. Una tale posizione del corpo ha per conseguenza una differenza di condizioni fra la faccia superiore libera (faccia dorsale) e l’inferiore (ventrale) che è a contatto col suolo. Un cambiamento dalla forma raggiata a quella bilaterale in relazione alla posizione del corpo nello spazio lo possiamo constatare direttamente osservando molte specie d’amebe, soprattutto quelle di piccole dimensioni. Quando l’ameba è sospesa nell’acqua essa assume molto spesso la forma radiosa, ma quando si posa sul fondo e si mette a strisciare assume quella di limax (lumaca). Si può anche supporre che lo sforzo continuo di strisciare sul fondo abbia determinato un allungamento del corpo nella direzione del movimento e così si siano differenziate una parte anteriore e una posteriore; e sembra che la disposizione simmetrica delle parti, rispetto al piano mediano, debba essere vantaggiosa per l’equilibrio del corpo e per offrire medesime condizioni di ricettività e di motilità, favorevoli al portamento dell’animale nelle condizioni in cui è destinato a vivere. L’ipotesi che la simmetria bilaterale sia derivata da una più primitiva simmetria raggiata sembra giustificata dall’esservi fra i Celenterati, nelle forme più complesse (Antozoi, Ctenofori), una tendenza alla bilateralità, la quale più si accentua in quelle forme aberranti di Ctenofori striscianti quali Ctenoplana e Coeloplana”.

Continuiamo a rilevare che nel testo tradizionale c’è una precisa descrizione meccanica del fenomeno della sovrapposizione della simmetria bilaterale su quella raggiata, ma vi si manifesta il dubbio più completo sulla natura fisica delle due simmetrie.

   § 6. Per risolvere il problema riprendiamo la nostra analisi, lasciata all’inizio di § 4. In condizioni ambientali di forzata mobilità uno dei bracci degli Echinodermi regolari si specializza per spostare l’animale in avanti: è il radio A. Al suo seguito la “stella” originaria si deforma, distinguendosi in un trivio – il radio A con i due vicini – e un bivio – gli altri due -, già con una chiarissima rassomiglianza allo schema della futura forma umana (fig.3). Bocca e ano dell’animale “migrano ” dalla loro primitiva posizione, in asse verticale negli Echinodermi regolari: l’una si sposta verso l’ambulacro anteriore (radio A), l’altro verso l’interambulacro posteriore.

Fig.3 ECHINOIDEO IRREGOLARE: A,FACCIA ORALE; B,FACCIA ABORALE.

A questo punto, alla simmetria pentaradiale si trova sovraimpresso il secondo modello presente nella figura umana: la simmetria bilaterale. Infatti, tra i due bracci contigui al radio A, che viaggiano di conserva in una condizione di interazione stabile, si sviluppano ondulatoriamente due propagazioni antiparallele a simmetria bilaterale speculare. Questa appare evidente nella forma “a cuore” dell’echinoderma e si associa armonicamente con la stella allungata divisa in trivio e bivio. Infine – cosa di basilare importanza -, le due propagazioni antiparallele si compongono, come sappiamo, in una propagazione figlia concentrica, responsabile di una particolare specializzazione del radio A, che ne farà sede delle funzioni più importanti dell’animale di futura discendenza: quelle della “testa” e del sistema nervoso centrale nei Vertebrati. La “traslazione assiale” del baricentro della concentrica lungo l’asse del radio A origina, infatti, la “corda” dei Cordati e su questa la spina dorsale dei Vertebrati.

   § 7. Ma vediamo come dalla forma e funzione della particella fotonica si giunge per progressiva strutturazione gravitazionale alla geometria delle figg.1 e 2, che è al fondamento delle forme naturali pentaraggiate.

Nel cap.3.6 C ,§ 1, abbiamo definito gravitazionalmente il carattere di relativa fissità posizionale di un sistema (o corpo) minore entro un sistema maggiore, come dovuto alla equivalenza tra l’attrazione gravitazionale mutua (centripeta) delle parti del corpo minore e quella del sistema maggiore – ma, più precisamente, dell’intero universo esterno – (centrifuga) su di esse. Conseguentemente, i fenomeni di composizione ondulatoria, pulsazione e interincidenza – come ivi precisato – creano nello spazio del sistema minore luoghi geometrici fissi (sempre relativamente) di accumulo gravitazionale, ovvero linee di forza lungo le quali si addensa la materia esterna catturata dal corpo, che in questa maniera si struttura e prende forma: è questa la “morfogenesi“.

Ipotizziamo l’orbitazione reciproca di due fotoni in un piccolissimo sistema neutrinico o parafotonico (cap.3.6 A,§ 7), vincolato – come detto sopra – all’interno di un sistema maggiore: per esempio, in una particella subprotonica. Essendo essi in polarizzazione antiparallela, saranno in moto vicendevole come le due parti di fig.20 del § 23 della sez.6 (dove, però, a) e b) rappresentano le due facce d’una stessa particella). Le propagazioni sviluppate da questo minuscolo sistema saranno quelle che riproduciamo qui in fig.4, con un’estensione maggiore verso l’alto. Precisiamo, per il momento, che la figura mostra il risultato ondulatorio di due particelle supposte ferme nello spazio.

Fig.4

 

   § 8. Procediamo gradualmente, cominciando col confrontare questa figura col braccio superiore dell’echinoide di fig.2. Constateremo che l’addensamento ondulatorio “a petalo” delle due propagazioni residue (in grigio) dopo la loro composizione concentrica, se si introduce nella struttura il fenomeno della traslazione radiale lungo l’asse baricentrico, si rastremerà a forma di braccio di stella come in fig.2. L’espansione laterale delle stesse propagazioni residue andrà a costituire i settori interambulacrali contenenti le gonadi (§ 2). Con l’espressione usata sopra – “a petalo” – sottolineiamo ancora una volta la differenza fondamentale tra la “scienza” corrente e la fisica unigravitazionale: dove la prima scorge descrittivamente solo le “somiglianze” esteriori tra le cose – in questo caso si tratta della forma del petalo di un fiore -, noi ne scopriamo l’origine comune nella legge intima ed unica della natura.

Nella realtà, i due corpuscoli (puntiformi agli incroci dei due assi verticali laterali con l’asse orizzontale) sono in orbitazione reciproca “a rosetta”, ma con orbite idealmente circolari per l’ipotizzato assoluto equilibrio tra l’interazione mutua e quella del sistema contenitore. Contemporaneamente, essi ruotano intorno al proprio asse nei modi e tempi descritti nella sez.6: ciò comporta che le due parti della figura citata al paragrafo precedente (fotone in rotazione), che ora rappresentano due fotoni interagenti, ingranino – per così dire -, ruotando e orbitando insieme e in un tempo medesimo. Di conseguenza, a intervalli spaziali di 72°, si verificherà la stessa composizione ondulatoria di fig.4, con un “petalo” o un braccio relativo, e ad ogni giro la figura di una “stella”. Alla base di ciascun braccio ci sarà ora, al posto dell’orizzonte fotonico di una singola particella, l’onda sferica di composizione tra i due fotoni, dalla quale emergeranno due propagazioni residue antiparallelle, come si vede nelle figg.1 e 2.

   § 9. Abbiamo schematizzato un processo ideale, al quale il fenomeno reale è tanto più vicino quanto più si scende deduttivamente nell’intimo delle strutture materiali, dove è massimo l’ordine organizzativo della materia. E’ per questo che le particelle fondamentali, come protoni, neutroni ed elettroni, hanno nell’atomo il massimo di stabilità fisica, tanto da averle fatte ritenere “elementari”, mentre il neutrone diventa instabile solo fuori del vincolo nucleare.

Veniamo al problema della strutturazione conseguente. Verifichiamo, anzitutto, la relazione descritta al § 8 tra la fig.2 e  la fig.4, costruendo la fig.5 con gli stessi dati di fig.2 salvo quello della traslazione radiale, che viene ridotto da 10 a 3.

 

Fig.5

 

La “stella” ha accorciato e cominciato ad arrotondare i contorni dei cinque bracci, mentre le cinque coppie di propagazioni antiparallele, residuali delle cinque composizioni interne, hanno formato – al posto delle “gonadi” dell’echinoide – cinque “petali” come quello isolato di fig.4. Ci troviamo ora di fronte a un’altra più completa “somiglianza” floreale, che significa, in realtà, una vera e propria omogenesi: ciò che vediamo è lo schema di un fiore delle angiosperme, con la stella costituente il calice a cinque sepali, che intermezzano i petali della corolla. L’addensamento ondulatorio nella stella spiega persino il diverso colore in natura di sepali e petali, più scuro nei primi. La tipica alternanza degli elementi di due verticilli sovrapposti (calice e corolla) e la loro “forma” inconfondibile – a punta nei sepali, più morbida nei petali – trovano solo nella fisica unigravitazionale una sicura spiegazione genetica.

   § 10. Perché da una “stella” di onde gravitazionali generata come descritto nei precedenti §§ 7-8 da una coppia di fotoni in orbitazione mutua possano strutturarsi gravitazionalmente sistemi (corpi) sempre più grandi di analogo modello stellare, risulterà chiaro da quanto ora aggiungeremo, attingendo a nozioni che già abbiamo date in vari luoghi del nostro sito.

A differenza della grandissima mobilità dei corpuscoli, la rete di onde emesse da loro è costituita da propagazioni innumerevoli a baricentri geometrici assolutamente fissi nello spazio assoluto (infischiatevi sempre del principio di indeterminazione, obbedendo alle vostre naturali capacità di esseri pensanti). Ciò premesso, bisogna tener conto dell’immenso numero di onde emesse da ciascun corpuscolo fotonico per unità di tempo e di spazio, in base al calcolo che se ne fa nel § 23 di sez.6.

Ricordiamo che tale numero, pari a 12 milioni di miliardi al cubo per secondo, è di 40 mila miliardi di miliardi per millimetro di percorso alla massima velocità traslatoria della particella, che, nel “vuoto”, è di 300 miliardi di millimetri al secondo. Ciò significa che, essendo le velocità di spostamento delle particelle, di norma, tanto più basse quanto più piccolo è il sistema entro cui sono confinate, la concentrazione spaziale delle reti ondulatorie fotoniche nei più piccoli sistemi subatomici è enormemente superiore alla detta quantità di 40 mila miliardi di miliardi per millimetro lineare.

Di conseguenza, a tale livello, la “stella” ondulatoria delle emissioni fotoniche (descritta in sez.6) costituisce un fortissimo richiamo gravitazionale per la materia esterna, la quale disegna, addensandosi, corpi via via più grandi a modello stellare di base. Fondamentale fattore di strutturazione morfogenetica è la funzione – più volte da noi illustrata – dei fenomeni di composizione ondulatoria, pulsazione e interincidenza, che imprimono nello spazio circostante a un qualsiasi sistema “linee di forza” relativamente fisse in partenza dal sistema, nonostante il movimento vorticoso delle orbitazioni tra le particelle. Tali linee di forza concorrono potentemente ad accumulare materia sul modello del corpo primitivo.

Abbiamo, tuttavia, già rilevato che, alterandosi le condizioni di relativa “sedentarietà” del sistema (corpo) entro un sistema maggiore in favore di processi marcatamente traslatori, si attenua progressivamente la morfologia stellare, cui si affianca e si sovrappone la simmetria bilaterale speculare, che finisce per prevalere.

   § 11. Passiamo ora a considerare alcune tra le più significative variazioni morfogenetiche che la natura ci offre rispetto al discorso finora fatto e delle cui motivazioni la fisica unigravitazionale è unica depositaria.

Su LE SCIENZE n.289 del settembre 1992 compariva un articolo di John H. Holland dal titolo suggestivo Algoritmi genetici, che sembrava ricco di grandi promesse sull’interpretazione dei meccanismi biologici inscritti in una legge matematica della natura. Si trattava, purtroppo, solo di un rozzo tentativo di ingabbiare in “sistemi classificatori” a base probabilistica e statistica fenomeni di una complessità infinitamente superiore a quella del gioco del lotto.

Ci basti citare un argomento addotto dall’autore, il quale, accanto al disegno di una rana, non esita a scrivere, in un contesto di otto illeggibili pagine:

“Un sistema classificatore che simuli una rana, per esempio, potrebbe contenere stringhe che reagiscono agli oggetti visti dalla rana.”

E dalle combinazioni di esiti, come “fuggi”, “insegui”, “ignora”, verrebbe definita una rana, che, forse più esattamente, potrebbe essere lo stesso autore:

“Se l’oggetto è in moto, è in aria, è piccolo, è vicino ed è a strisce, ignoralo.”

Ecco un altro esempio:

“Una regola di classificazione che riconosca i cani potrebbe essere codificata come stringa che contenga 1 per i bit corrispondenti a “peloso”, “bava”, “abbaia”, “fedele” e “corre a raccogliere bastoncini” e 0 per i bit corrispondenti a “metallico”, “parla urdu” e “possiede carte di credito”.”

Per avvalorare concetti del genere, l’autore osa richiamare la selezione naturale, la riproduzione sessuale e il crossing over.

Senza volerlo, tuttavia, egli ci dà l’occasione, con un caso vero di comportamento animale, di dimostrare ai nostri lettori l’enorme differenza che corre tra i suoi vaniloqui e la fisica unigravitazionale quanto alla lettura dei fenomeni naturali. Sotto la fotografia di un’orchidea visitata da un bombo maschio leggiamo:

Questa orchidea dimostra con quale specificità la selezione naturale può adattare un organismo a una particolare nicchia. Il fiore, somigliante a un bombo femmina, è fecondato da bombi maschi che tentano di accoppiarsi con la finta femmina.

Sarà sempre l’equazione cosmologica, unico vero “algoritmo genetico” di carattere universale, a fornircene la spiegazione, mostrandoci che la “somiglianza” è il segno esteriore d’un’attrazione che agisce a livello di omogenesi gravitazionale. A Napoli corre un detto popolare, che suona, con una profonda verità ancestrale, a proposito dei matrimoni: “Chi si somiglia, si piglia”.

   § 12. Noi non faremo altro che riprendere lo schema dell’echinoide di fig.2, con due sole modifiche: una maggiore espansione del sistema quintuplo, raddoppiando il raggio limite RA da 100 a 200, e l’eliminazione della traslazione radiale. Quindi, cliccheremo PLAY, tenendo fermo l’indicatore su AVANTI per interrompere temporaneamente il processo a un momento voluto (a tale scopo  aumentare il TEMPO DI ATTESA). Si svilupperanno una dopo l’altra le cinque coppie di propagazioni antiparallele: premeremo AVANTI al completamento della terza coppia e il risultato parziale sarà la fig.6.

 

 

Fig.6

Fig.7

 

Cliccando ancora PLAY per completare il processo con le rimanenti due coppie, avremo la fig.7.

I lettori non avranno bisogno di un nostro commento – salvo le importanti precisazioni che faremo tra poco – per constatare che il “fiore” di fig.7 è la “nicchia” gravitazionale dell’ “insetto” di fig.6. Questo ha specializzato evolutivamente tre delle cinque coppie di propagazioni della “stella” originaria, secondo il processo illustrato nei primi sei paragrafi di questo capitolo, sovraimprimendo alla primitiva simmetria pentaraggiata quella bilaterale speculare. Sono riconoscibili a colpo d’occhio dagli addensamenti ondulatori le strutture fondamentali del corpo dell’insetto: torace, addome, ali, elitre, antenne. La fig.7, con l’intero corredo delle cinque coppie di propagazioni, è una semplice variante del “fiore” di fig.5. Ma veniamo ad alcune basilari considerazioni strutturali, di carattere evolutivo, riguardanti in modo specifico l’interazione morfogenetica tra bombo e orchidea.

   § 13. L’orchidea ha un’apparenza di fiore a sei elementi petaloidei: il perianzio, al posto di calice e corolla, presenta due verticilli – esterno e interno – con sei tepali (fusione dei nomi sepali e petali). In realtà, il tepalo mediano interno, detto labello, è radicalmente diverso dagli altri cinque, perché più grosso e vistoso, a forma di sacco o di sprone. La sua motivazione risiede, appunto, nella specializzazione evolutiva impressa dall’addome dell’insetto impollinatore a una delle zone interradiali, che negli Echinodermi abbiamo chiamate interambulacrali e che negli Echinoidei in particolare racchiudono le gonadi (§ 2): si confrontino le figg.6 e 7 tra loro e con le figg.1 e 2, per rendersene chiaramente conto. Gli altri cinque tepali corrispondono, invece, alla “stella” primitiva, come in moltissime altre angiosperme, con una lieve differenziazione tra i tre esterni e i due interni. Ne consegue che è stato, in definitiva, l’imenottero a “squilibrare” la forma pentaradiale primitiva del fiore, a cui ha conferito in sovrimpressione la propria simmetria bilaterale speculare, o “zigomorfismo”.

 

 

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